Perché cercare cause possibili

Sono cresciuta in una famiglia in cui non si facevano certe domande, perché Dio aveva posto un velo sulle risposte. Il perché di una malattia o della morte non era lecito sapere, dovevamo comprendere che Dio aveva dei segreti, e si accettavano malattia e morte come redenzione dei peccati. I miei genitori erano persone eccezionali, buone, ma mi hanno trasmesso l’ansietà tipica della sua fibra morale, frutto dell’incapacità di gestire la vita coerentemente con il credo, ansietà e modi che hanno influenzato lati del mio comportamento negli anni a venire. 
Dopo l’adolescenza non vivevo più vicino alla mia famiglia, avevo percorso altre vie, ma avevo ben presente la rigidità subita in infanzia e la rifiutavo, non avevo paura di chiedermi il perché delle cose. Appena diagnosticata l’ipertensione polmonare rifiutavo l’idea che fosse una “punizione divina”! Mi sono affrettata ad iniziare il mio percorso interiore cercando possibili risposte dove la medicina non riesce a dare altre spiegazioni, soprattutto nel caso di una malattia idiopatica. Inoltre, essere informati significa non perdere il controllo, ed era quello che dovevo riacquistare: “Leggi, impara, datti da fare, informati”.

 Nel mio caso, oltre a chiedere e ricevere consigli medici quando ne ho bisogno, non mi resta che cercare anche risposte da sola, perché sono sicura che riesco non solo ad affrontare meglio la malattia ma anche a scoprire lati importanti di me stessa che possano portarmi ad ipotizzare una via di uscita.

Ho cercato di scovare le cause della mia malattia e ho ipotizzato una serie di motivazioni possibili. 
Mi chiedevo incessantemente dopo l’ictus quali potevano essere state le ragioni per avere una malattia così feroce, capace di scatenare una disfunzione come quella dell’ischemia cerebrale; ho fatto un sogno che apriva a una ipotesi, evidenziando come io trasponga traumi psicologici e emotivi sul fisico. Ho scoperto che i miei traumi, soprattuto legati alla morte, intervengono e sconvolgono la mia vita.
Ho sognato che ero bambina e stavo vicino ad un albero con i miei genitori. Facevo delle foto con flash all’albero, che aveva tanti moscerini attorno, la vicinanza di mia madre modificava i movimenti dei moscerini di continuo, scombussolandone l’equilibrio; non riuscivo a smettere di fare foto di continuo, attenta a catturare ogni posizione, prima del prossimo cambio. Il rapporto problematico con mia madre nel sogno mi dava una estrema insicurezza creando disagio e terrore in me, vedevo inoltre come soffriva e si confrontava male con argomenti come la malattia e la morte.

Nel sogno ho poi fatto un disegno molto accurato per regalarlo a lei. Mia madre di solito elogiava molto i miei disegni, ma per questo qui non fece neanche un sorriso. Il disegno raffigurava una persona che ignoravo fosse defunta, non sapevo neanche che somigliasse ad una persona reale, che lei conosceva e con la quale aveva avuto una relazione. Mia madre iniziò all’improvviso a raccontare storie rispetto a tale persona, e la morte attraverso i suoi racconti aprì una porta verso il buio più recondito, terrorizzante.
Certe questioni mia madre non le capiva, le evitava con tutta sé stessa, la rendevano insicura, e tale insicurezza era evidente quando iniziava ad alzare la voce per enfatizzare certe parti del racconto. Man mano che il racconto procedeva, aumentava il mio stato di ansia e di malessere, odiavo la sua prospettiva sulla morte. Detestavo il terrore. 
La notte del sogno mi sono svegliata di colpo alle cinque e non sono più più riuscita a dormire.

Le mie motivazioni possibili

1- La mia migliore amica se n’è andata in età giovanissima, quando ne aveva venticinque anni. 
La sua morte mi ha colpito in maniera profonda, d’altronde passavamo la vita insieme, avevamo viaggiato e scoperto molte cose insieme e lei, quando successe, aveva appena iniziato la sua nuova vita in Norvegia, intraprendendo nuovi studi in biologia, a tutto potevo pensare meno che alla sua scomparsa improvvisa. Ho percepito un dolore fortissimo alla sua scomparsa, lancinante, come se mi avessero strappato un arto, dolore acuito dal senso di incapacità: sentivo per assurdo che c’era un modo per riportarla al mondo dei vivi ma che non sapevo quale fosse. Se ne era andata davvero, senza dirmi niente, non me ne capacitavo, non lo assorbivo, non riuscivo a incorporarlo e superarlo.
Non sapevo che fare, come mi sarei dovuta comportare, e come stava lei adesso?! Avevo la sensazione che mi parlasse senza però riuscire a sentirla, nel panico facevo domande scevre di risposta e nulla nel mio corpo funzionava adeguatamente: “Le persone colpite da un dolore genuino non sono solo mentalmente sconvolte, ma sono anche, tutte, fisicamente squilibrate” lessi in un libro. “Le ricerche hanno finora dimostrato che, come molti altri fattori stressanti, il dolore per la perdita di una persona cara porta spesso a cambiamenti nel sistema endocrino, immunitario, nervoso autonomo e cardiovascolare; tutti questi sistemi sono fortemente influenzati dal funzionamento del cervello e dai neurotrasmettitori”.
A distanza di anni ho ancora avuto sensazioni di sofferenza molto forti, non mi era andata giù. Credo che questo trauma possa aver influito sulla comparsa dell’ipertensione polmonare perché qualche anno dopo la sua morte mi sono esplosi tutti i sintomi della malattia.

2- La mia ipertensione non è famigliare. La mutazione del gene BMPR2 del DNA è causata da difetti genetici ereditari: nelle analisi genetiche che ho fatto è stabilito che non ho questo gene. 
Il BMPR2, promuove la comparsa di questa malattia e favorisce la crescita e la moltiplicazione delle cellule endoteliali nella superficie interna dei vasi sanguigni, dei vasi linfatici e del cuore, limitando il flusso di sangue. Bene, è una buona notizia, ho evitato ai miei famigliari di doversi fare infinite analisi, nella mia famiglia hanno fatto festa!

3- La mia Ipertensione Polmonare non è genetica, almeno finché non si trovino altri geni a cui possono relazionare questa malattia. E’ idiopatica, primitiva. Talvolta l’insorgere di una malattia come questa puo’ essere dovuto agli effetti secondari di un farmaco antinfiammatorio, ad esempio preso da mia madre mentre era incinta di me.
 Mia madre in effetti ebbe una tromboflebite mentre era incinta, durante il periodo di gestazione, dal primo mese fino all’ultimo, aveva febbre e dolori alla gamba, povera, e fu costretta a prendere un antinfiammatorio. Ho chiesto a mia madre il nome del farmaco ma lei non se lo ricordava più. Cercando in internet quali potevano essere i medicinali che si davano in quegli anni ho trovato solo un sito brasiliano (http://bula.medicinanet.com.br/bula/670/artrosil.htm) con elencato un antinfiammatorio molto in voga in Portogallo in quegli anni, che si chiamava Artrosil.
 Nelle controindicazioni di questo farmaco (che conosciamo solo ora pero’) c’è l’uso tra il primo e ultimo trimestre di gestazione, perché può causare ipertensione polmonare e tossicità renale per il feto. Sono rimasta molto perplessa! Incredibile, pensai! Ho cercato in tutti i modi conferma dell’uso di tale medicinale nel 1970 in Portogallo, contattando perfino l’ente Associação Nacional de Farmácias (associazione nazionale delle farmacie) senza ottenere però nessuna risposta adeguata. Chiedendo a un dottore in famiglia (in Portogallo) mi ha detto che sapeva che negli anni 80 veniva usato molto di frequente.

E’possibile che la mia malattia abbia a che fare con l’antinfiammatorio suddetto. Qualche gene sarà stato modificato, credo. Comunque sia, mi ha dato forza leggere il libro “SuperGeni”, dove ho letto che i geni con cui siamo nati sono dinamici, rispondono a tutto ciò che facciamo, mangiamo, pensiamo, persino i nostri batteri intestinali – il cosiddetto microbioma – ‘parlano’ ai nostri geni, regolando quali vengono attivati o disattivati. In maniera semplice, Tanzi e Chopra ci spiegano come cambiamenti nello stile di vita, dalla dieta al sonno, possono influenzare in maniera importante il DNA, arrivando ad avere un forte impatto sulla prevenzione delle malattie, sul buon funzionamento del sistema immunitario, sulla lotta all’invecchiamento e alle malattie croniche.
E’ un messaggio estremamente positivo e rinvigorente!

4- “Ritengo che il glutine sia una delle sostanze in grado di apportare modificazioni nei geni”, ha scritto il dott. Pietro Mozzi, nel libro La dieta del dottor Mozzi, gruppi sanguigni e combinazioni alimentari.
Fra le molte cose che ha detto, questa è quella che mi ha colpito di più. “La celiachia e le allergie sono risposte palesi del sistema immunitario (…) Sono convinto che nei prossimi decenni si riuscirà a provare scientificamente che una serie di patologie autoimmuni, come l’artrite reumatoide, il morbo di Crohn, le fibromialgie, ecc., sono riconducibili all’intolleranza al glutine, oltre che all’intolleranza ad altri alimenti come ad esempio zuccheri, latticini, ecc.” C
ome detto prima, ho avuto modo di leggere un libretto del dottor Peter d’Adamo, americano e noto ricercatore e docente nell’ambito della medicina naturopatica, che argomentava la relazione tra l’alimentazione in base ai gruppi sanguigni. Secondo questo dottore, in alcuni alimenti sono contenute particolari proteine, chiamate lectine, in grado di influenzare in modo specifico e differente i vari gruppi sanguigni, A, B, AB e O. Ogni persona, in relazione al proprio gruppo sanguigno, è dunque intollerante ad alcune lectine, ogni gruppo sanguigno ha la capacità di metabolizzare alcune proteine e non altre. Così, quando ingeriamo un cibo contenente lectine incompatibili con il nostro gruppo sanguigno, queste possono provocare fenomeni di agglutinazione delle cellule ematiche, ovvero l’agglomerazione di queste cellule, causando un processo infiammatorio che colpisce diverse parti del corpo o direttamente organi-bersaglio, cioè quelli dove siamo più deboli.

A parte i problemi congeniti, le malattie ereditarie non sussistono secondo D’Adamo: sussiste però la probabilità che si amali un organo debole per il comportamento alimentare errato. Per esempio, nel DNA possono esistere dei codici riguardanti una malattia che si tramanda famigliarmente, che se attivati creano la malattia. Per questo motivo inoltre non è assolutamente determinato che, ad esempio, se la madre ha una malattia la passerà al figlio, è invece possibile che l’errato comportamento alimentare del figlio determini una malattia sul organo debole ereditato. Secondo D’Adamo, assumere queste lectine “nemiche” con l’alimentazione equivale a subire una piccola trasfusione con gruppo sanguigno non compatibile con il nostro, e questo significa altresì che curando la propria dieta si possono proteggere gli organi-bersaglio.
 Pensavo che l’agglutinazione nel caso delle lectine e la proliferazione di cellule che avviene nell’ipertensione polmonare fossero in sostanza uguali, perché entrambe possono ostruire e intasare le pareti dei vasi sanguigni, ma non lo sono: l’agglomerazione – in questo caso sono tante cellule diverse nel sangue che si attaccano alle pareti dei vasi sanguigni fino a chiudere talvolta la vena – è diversa dalla moltiplicazione delle stesse. Comunque avere entrambe le circostanze attive nel corpo credo sia catastrofico.
Mettere questi due aspetti in relazione mi ha aiutato a scegliere la strada giusta per me, e ho iniziato a regolare l’alimentazione in base al mio gruppo sanguigno.

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